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DOSSIER AMBIENTE

1. Gli impianti termici ed il problema ambientale
2. L’effetto serra e i “gas climalteranti”
3. Il buco nell'ozono e l'Accordo di Montreal (1987)
4. Il protocollo di Kyoto (1997)
5. Da Kyoto a Johannesburg (1997-2002)
6. Conclusioni


1. Gli impianti termici ed il problema ambientale
Ogni processo di combustione rilascia nell’atmosfera emissioni che, combinandosi con le condizioni meteorologiche ed i fattori topografici, determinano il livello di qualità dell’aria, soprattutto dal punto di vista della sua salubrità.

Le categorie di emissioni inquinanti, più diffusamente prese in considerazione dalle normative e dalle indagini tecnico-scientifiche sono:

1 Ossidi di azoto (NOx)
2 Monossido (CO) e (CO2)
3 Ossidi di zolfo (SOx)
4 Composti organici volatili (COV)
5 Particelle sospese totali (PST)
6 Piombo (Pb)
7 Fluoro (F)
8 Benzene, benzo-a-pirene,...

Le prime cinque categorie di inquinanti interessano anche il settore degli impianti termici civili.

Uno degli ultimi studi eseguiti dall’ENEA su questo tema, ha evidenziato che il settore degli impianti termici per il riscaldamento domestico sarebbe responsabile, in termini di emissioni inquinanti, circa, del 35%, mentre il rimanente pari al 65% sarebbe attribuito al settore trasporti

Inoltre, ogni processo di combustione produce anidride carbonica (CO2) che, a differenza dei gas precedenti, non si combina con gli agenti atmosferici per dar luogo ad inquinanti che ledono la salute dell’uomo in modo diretto, ma è il gas che contribuisce maggiormente ad aumentare l’effetto serra e di conseguenza ad aumentare la temperatura sulla superficie terrestre.

Qualche dato:
- Dall’inizio della Rivoluzione Industriale, la quantità di anidride carbonica (CO2) presente nell’atmosfera è aumentata mediamente di 5 miliardi di tonnellate l’anno.

- Negli ultimi 100 anni la temperatura terrestre media si è innalzata di 0,6 gradi centigradi ed il livello dei mari si è innalzato di circa 30 cm.

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2. L’effetto serra e i “gas climalteranti”

Secondo molti scienziati l’innalzamento della temperatura media dell’aria è dovuto principalmente alla immissione in atmosfera di grandi quantità di gas ad effetto serra (cosiddetti “gas climalteranti”).

I gas climalteranti sono sostanze gassose che hanno influenza diretta od indiretta sulle caratteristiche radioattive dell’atmosfera, lasciando filtrare le radiazioni provenienti dal sole ma assorbendo la radiazione emessa dalla superficie della terra.

In prevalenza i gas climalteranti sono:

- anidride carbonica (CO2),
- ossidi di azoto (NOx), che hanno effetto radiattivo diretto;
- metano (CH4),
- poi clorofluorocarburi (CFC), ozono troposferico (O3).

La loro concentrazione normale in atmosfera, se alterata dalla presenza e dalle attività dell’uomo, comporta il rischio di mutamento climatico a livello planetario (ecco perché sono detti ad “effetto serra”).

L'effetto serra, in inglese “greenhouse effect’, è un riscaldamento dell’aria - e quindi della superficie terrestre - dovuto alla presenza di gas climalteranti nell’atmosfera.

L’influenza di questi gas nell’atmosfera è infatti simile a quella del vetro in una serra: essi intrappolano la radiazione infrarossa, cioè il calore solare, che altrimenti si disperderebbe (in certa percentuale) nello spazio.
L’atmosfera diviene “trasparente” alle radiazioni solari incidenti, ma relativamente “opaca” alle radiazioni termiche emesse dalla terra (le infrarosse, di maggiore lunghezza d’onda).

L’effetto serra: anche cause naturali?

Altri scienziati, altrettanto illustri, sostengono che sulla terra altre cause (forse altrettanto determinanti) concorrono ad influenzare le condizioni climatiche, locali e planetarie: le eruzioni vulcaniche, i naturali fenomeni meteorologici derivanti dalle variazioni di brillantezza del sole, dalla nuvolosità, dalle stagionalità, dalle correnti oceaniche, ecc.

Esempio:
l’eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine (1991) ha sparso nell’atmosfera milioni di tonnellate di particelle di zolfo che si sono quindi diffuse sino a formare un sottile velo intorno a gran parte del pianeta. Queste particelle sembrano avere respinto parte delle radiazioni solari che normalmente raggiungono la superficie terrestre (di fatto la temperatura media globale è passata da 14,57 °C del 1990 ai 15,41 °C nel 1991).

Non esiste ancora, dal punto di vista strettamente sperimentale, una corrispondenza diretta tra innalzamento della temperatura ed emissione di gas climalteranti.

E’ però altrettanto incontrovertibile che la concentrazione in atmosfera del principale gas climalterante (CO2, anidride carbonica) ha continuato ad aumentare come risultato della combustione di combustibili fossili e della deforestazione.

Sembra comunque ragionevole riflettere su questi fatti:

1 - se è certo che alcuni gas hanno effetto climalterante
2 - se è certo che questi gas sono presenti nell’atmosfera, ed in misura sempre crescente

non si vede perché minimizzare il problema, pur in presenza di altre ed altrettanto giustificate concause.

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3. Il buco nell'ozono e il trattato di Montreal (1987)


Introduzione

Lo strato di ozono che circonda la Terra ha il compito importantissimo di proteggerla dalle radiazioni dei raggi ultravioletti (hv) del Sole: senza questo prezioso filtro, la flora e la fauna terrestri sarebbero esposte a maggiori quantitativi di radiazioni, e andrebbero incontro ad alterazioni e malattie fino all'estinzione di ogni forma di vita.

Intorno al 1985 alcuni scienziati rilevano la formazione di un buco nello strato di ozono, e successive ricerche confermarono che questo si sta rapidamente assottigliando.

Ulteriori studi mettono in relazione la diminuzione dello strato di ozono con l'aumento della concentrazione di cloro nell’atmosfera, attribuendo il problema ai CFC cioè clorofluorocarburi e bromo, gas utilizzati nei circuiti di raffreddamento e nelle bombolette spray.

I CFC diventano pericolosi quando, superate le fasce basse dell'atmosfera, si accumulano nella fascia di ozono stratosferico, dove reagiscono con i raggi ultravioletti. Secondo gli studiosi il cloro agisce da catalizzatore agevolando la scissione dell’ozono (O3) in ossigeno (O2): è dimostrato che un atomo di cloro può distruggere 100.000 molecole di ozono.


Il Trattato di MONTREAL

Sotto la spinta delle pressioni esercitate dai ambientalisti, nel 1987, 35 paesi aderenti alle Nazioni Unite sottoscrivono a Montreal un trattato internazionale (il Protocollo di Montreal) per la protezione dello strato di ozono, indicando come maggiori responsabili i gas contenenti cloro e bromo.

Nel 1989 la Comunità Europea (ora Unione Europea) propone la messa al bando totale dei CFC ed il blocco totale della produzione entro la fine degli anni ‘90.
Grazie a ulteriori pressioni degli ambientalisti, nel ‘94 sono state avanzate proposte ancor più restrittive sull’eliminazione dei CFC, costringendo tutte le aziende europee ad accelerare la sostituzione dei fluidi frigoriferi impiegati fino ad allora, con altri a basso ODP (potenziale di impoverimento dell’ozono).

Grazie alle misure intraprese a partire dall'Accordo di Montreal, le emissioni dei CFC sono calate dell' 87% dal 1987, e si stima che intorno al 2040 il buco dell'ozono si sarà richiuso


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4. Il Protocollo di Kyoto

Introduzione
La “Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici” (in breve: UN-FCCC) approvata nella Conferenza Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro nel giugno 1992, e ratificata dall’Italia nel 1994 contiene una serie di obblighi - a carico dei Governi dei Paesi aderenti - che hanno la finalità generale di limitare le possibili alterazioni climatiche globali indotte dalle attività umane.

Nella Convenzione UN-FCCC del 1992 impegni ed obblighi non sono dettagliati in termini di azioni concrete da effettuare, modalità operative di attuazione, tempi da rispettare o altro, ma vengono enunciati in termini generali. Il compito fondamentale di dare attuazione dei principi e degli impegni generali contenuti nella convenzione viene demandato ad un organo definito “La Conferenza delle Parti”.


4.1 Che cos’è il Protocollo di Kyoto

Il Protocollo di Kyoto, approvato dalla “Conferenza delle Parti” nella sua terza sessione plenaria tenuta a Kyoto dal 1 al 10 dicembre 1997, è dunque un atto esecutivo contenente le prime decisioni sulla attuazione operativa di alcuni degli impegni della Convenzione UN-FCCC e precisamente degli impegni più urgenti e prioritari
Le misure approvate nel Protocollo di Kyoto riguardano esclusivamente i Paesi sviluppati e quelli ad economia in transizione dell’est europeo.
In altre parole il Protocollo di Kyoto individua e definisce operativamente solo una parte molto limitata degli impegni da attuare.
Tuttavia, nonostante le misure decise siano scarse, parziali e limitate solo ad alcuni aspetti, esso ha sancito la centralità dei problemi del clima globale nello sviluppo socio-economico mondiale e la centralità dello sviluppo sostenibile per il futuro del nostro pianeta e per la sopravvivenza stessa dell’umanità..

4.2 Gli obblighi fondamentali del protocollo di Kyoto

Il Protocollo di Kyoto impegna i Paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (i Paesi dell’est europeo) a ridurre complessivamente del 5% le principali emissioni antropogeniche di gas capaci di alterare l’effetto serra naturale del nostro pianeta entro il 2010, e precisamente nel periodo compreso fra il 2008 ed il 2012. Questi gas, detti gas di serra, sono:
- l’anidride carbonica;
- gli ossidi di azoto
- il metano;
- i fluorocarburi idrati;
- i perfluorocarburi;
- l’esafluoruro di zolfo

L’anno di riferimento per la riduzione delle emissioni dei primi tre gas è il 1990, mentre per i rimanenti tre (che sono anche gas lesivi dell’ozono stratosferico e che per altri aspetti rientrano in un altro protocollo: il Protocollo di Montreal) è il 1995.
La riduzione complessiva del 5%, però, non è uguale per tutti. Infatti per il Paesi della Unione Europea, nel loro insieme, la riduzione deve essere di 8%, per gli Stati Uniti la riduzione deve essere del 7% e per il Giappone del 6%. Nessuna riduzione, ma solo stabilizzazione è prevista per La Federazione Russa, la Nuova Zelanda e l’Ucraina. Possono, invece, aumentare le loro emissioni fino al 1% la Norvegia, fino al 8% l’Australia e fino al 10% l’Islanda.

Nessun tipo di limitazione alle emissioni di gas ad effetto serra viene previsto per i Paesi in via di sviluppo, perché un tale vincolo, come era stato già discusso a Rio de Janeiro nel 1992, rallenterebbe, o comunque condizionerebbe, il loro cammino verso lo sviluppo socio-economico

Vale la pena osservare, tuttavia, che la crescita delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas di serra nei Paesi in Via di Sviluppo sta attualmente avvenendo con ritmo che è circa triplo (+25% nel periodo 1990-95) di quello che sta avvenendo nei Paesi Sviluppati (+8% nel periodo 1990-95). Ciò vuol dire che attorno al 2010 non solo questo impegno dei Paesi industrializzati verrà vanificato, ma anche che, a tale data, le emissioni mondiali di tali gas di serra saranno cresciute complessivamente di circa il 30% in più rispetto ai livelli del 1990. Dunque, il Protocollo di Kyoto, pur essendo un ottimo punto di partenza, potrebbe risultare del tutto inutile, se non si trovano nelle prossime sessioni negoziali della “Conferenza delle Parti” soluzioni adeguate e onorevoli che garantiscano ai Paesi in via di sviluppo di procedere speditamente e senza impedimenti nel loro cammino verso lo sviluppo, ma che garantiscano altresì che gli obiettivi intermedi e finali della Convenzione UN-FCCC vengano effettivamente raggiunti a livello mondiale.

Vincenzo Ferrara
(ENEA, Dipartimento Ambiente)


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5. Da Kyoto a Johannesburg (1997 - 2002)

Il protocollo di Kyoto firmato nel 1997 da 84 governi, mira a tagliare le emissioni di gas serra per limitare gli sconvolgimenti climatici. I paesi industrializzati si sono impegnati a ridurre le emissioni di almeno il 5% entro il 2008-2012. Il Protocollo di Kyoto entrerà in vigore dopo 90 giorni dalla data della ratifica di almeno 55 dei Paesi firmatari della Convenzione UN-FCCC purché tra tali Paesi siano compresi i Paesi industrializzati e ad economia in transizione, destinatari del Protocollo di Kyoto, in numero tale da rappresentare almeno il 55% delle emissioni complessive di anidride carbonica (riferite al 1990) di cui essi sono responsabili.

Nel 2000 si è tenuto a l’Aja il Convegno Mondiale sul Clima. La conferenza, che arriva tre anni dopo il protocollo firmato a Kyoto sulla riduzione del 5% (rispetto ai valori del 1990) delle emissioni di CO2, avrebbe dovuto chiudersi con la firma congiunta di un pacchetto di provvedimenti operativi, ma si arena su su posizioni divergenti.
Da una parte ci sono i Paesi della UE, molto rigorosi: ogni Stato deve fare almeno la metà dei tagli previsti a casa sua, con una politica energetica che preveda fonti alternative pulite e motori più efficienti. Per l’altra metà si può ricorrere ai cosiddetti “metodi flessibili”; foreste per aumentare l’assorbimento di anidride carbonica e aiuti ai Paesi in via di sviluppo per centrali elettriche e sistemi di trasporto a basso impatto ambientale, purchè perfettamente ecocompatibili.
Su posizioni diverse si pongono gli Stati Uniti e i loro alleati: Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone, vogliono mano libera sui metodi flessibili, perché ragionano in modo diverso, cioè, se l’inquinamento atmosferico non è mai locale ma sempre globale (nel giro di pochi mesi le correnti d’aria disperdono su tutti i cieli l’anidride carbonica emessa in un punto), perché limitare la propria industria quando si possono pagare altri Paesi, più arretrati, per far fare a loro il lavoro di bonifica?

La riunione del G8 sull’Ambiente tenuta a Trieste nel marzo 2001, è la prima occasione che hanno Europa e Stati Uniti di discutere dopo la rottura del negoziato sul clima dell’Aja.
Al termine dei lavori l’accordo sulla trattativa del cambiamento climatico rimane incerto e tutto dipenderà dallo svilupparsi degli eventi.
La conferenza sul clima tenutasi a Bonn nel luglio 2001 si conclude con un compromesso senza il consenso degli Stati Uniti, principale produttore di CO2.
L’obbiettivo fissato a Kyoto nel 1997, per la riduzione del 5,2% dei gas serra, è stato ridotto a 1,7/1,8%.
Causa di questa nuova situazione è il dissidio fra gli Stati Uniti, che hanno rifiutato l’accordo di Kyoto (in parte spalleggiati da Canada e Giappone), e l’Unione Europea. Durante l’incontro di novembre 2001, a Marrakech la posizione degli Stati Uniti rimane invariata mentre Canada e Giappone si avvicinano alla posizione dell’UE e con buone possibilità ratificheranno il protocollo, gli Stati Uniti escono definitivamente.

Dieci anni dopo Rio De Janeiro, si riuniscono a Johannesburg i rappresentanti di 200 Paesi, nella "Conferenza Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile" che si è appena conclusa con il rilascio di documenti: la «Dichiarazione Politica di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile» e il «Piano di Azione sullo Sviluppo Sostenibile».

Il primo è un documento di principi che impegna moralmente i contraenti a intraprendere la strada dello sviluppo sostenibile, mentre il secondo enumera gli obiettivi da raggiungere sui vari temi in discussione (energia, ambiente, salute, aiuti finanziari...), talvolta senza riferimenti ai tempi di attuazione, talaltra indicando possibili traguardi temporali che, tuttavia, non rappresentano scadenze vincolanti.

In assoluto, il risultato più importante ottenuto a Johannesburg è il disco verde dato al protocollo di Kyoto. Con l'adesione di Cina e Russia i paesi favorevoli alla ratifica superano complessivamente la soglia del 55% del totale delle emissioni di gas che provocano l'effetto serra, una percentuale necessaria per rendere operativo l'accordo firmato nel '97.

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6. CONCLUSIONI


Lo stato delle conoscenze attuali non consente di affermare (ma neppure di escludere) con assoluta certezza se siamo in presenza di un effettivo riscaldamento del pianeta (in inglese: “global warming”), legato alle emissioni di gas climalteranti.
Proprio sull’onda di questi dubbi e di queste preoccupazioni si è diffusa la politica del “no-regrets” , che significa concettualmente: ”meglio non avere rimpianti"

Dobbiamo comportarci con la mentalità e il buon senso che ci guidano nelle scelte quotidiane.
Così per l’ambiente:
anche se le previsioni non fossero “vere” si può almeno affermare che esse sono “verosimili”. E’ meglio non rischiare, perché se fossero “vere”…

L’incertezza scientifica non deve essere una scusa per non agire


Il progettista del 3° millennio studia impianti per garantire:

1 sicurezza;
2 funzionalità;
3 massimo rendimento;
4 miglior rapporto qualità/prezzo;
5 ecologia dell’impianto per il minimo impatto ambientale.

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